San Patrignano, scoppia la verità dalla serie Netflix

A San Patrignano c’è un altro temporale. Proprio come negli anni Ottanta e Novanta. Una tempesta inevitabile dopo che Netflix ha pubblicato la serie di docu in 5 parti il ​​30 dicembre che ricostruisce la controversa storia della più grande comunità europea di riabilitazione dalla droga. È intitolato “Sanpa: luci e tenebre di San Patrignano” ma secondo una nota comunitaria che prende le distanze clamorosamente dal documentario girato da Cosima Spender, le ombre sono state messe in risalto piuttosto che le luci della comunità fondata da Vincenzo Muccioli. Al centro di tutto, oggi come allora, c’è la figura di questo grande uomo (era alto un metro e novanta) che ha fatto di tutto per salvare i tossicodipendenti dalle catene di eroina e cocaina che erano a fine anno invaso il nostro paese. Settanta e che hanno determinato la morte di diverse generazioni di giovani. Vincenzo Muccioli li ha accolti gratuitamente, si è preso cura di loro, li ha amati come un padre, ha dato loro uno scopo nella vita, ha reinventato la loro esistenza in preda all’autodistruzione trasformandoli in allevamento e artigianato: a San Patrignano, un collina a pochi chilometri da Rimini si producevano formaggi e vini, si stampavano riviste, si cucivano abiti. Ma come un padre serio, Muccioli puniva anche chi metteva in dubbio le regole non scritte del suo metodo di guarigione, che in alcuni casi raggiungeva anche il contenimento fisico, la privazione della libertà e l’uso delle catene. La docu-serie, approdata sulla piattaforma di streaming il 30 dicembre per un pubblico di 190 paesi, è stata realizzata con venticinque testimonianze, interviste di 180 ore e con immagini tratte da 51 archivi diversi.. Ma secondo la comunità, alla fine finisce “principalmente sulle testimonianze di autori di reato, e inoltre qualcuno con un background di natura giudiziaria in materia civile e penale che si è concluso con condanne a favore della comunità stessa, senza di essa. chiaramente evidenziata allo spettatore. natura di queste fonti “. Una storia bollata come “concisa, parziale e unilaterale”.

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La Comunità spiega di aver offerto al direttore “trasparenza e correttezza”, che era “libero di parlare con chiunque nella comunità”. Afferma di aver fornito al direttore anche una “vasta gamma di persone che hanno vissuto o risieduto a San Patrignano”, ma che “questa lista è stata completamente ignorata, con l’eccezione del nostro responsabile terapeutico Antonio Boschini”, a “space troppo tardi per un rapporto unilaterale che apparentemente vuole soddisfare la dimostrazione forzata di dissertazioni già scritte “. , se non ricostruito e presentato in modo equilibrato e adeguatamente contestualizzato, può avere sulla realtà contemporanea di San Patrignano con oltre mille ospiti, persone per le quali San Patrignano da sempre apre le sue porte e accoglie gratuitamente in maniera programma terapeutico basato su principi e metodi molto diversi da quelli descritti nella docu-series “.

Quando si vede “Sanpa” non può infatti essere affascinato da questo tipo di santone, un po ‘patriarcale, un po’ tenero e protettivo come solo una madre sa essere. Dialettica stretta, apertura e generosità, simpatia e carisma emiliani. Ma soprattutto, se guardiamo al documentario, che lascia abbastanza spazio a tutte le ricostruzioni, anche se non sempre è possibile risolvere alcuni misteri che ancora circondano la storia della comunità, non si può che vieni fuori con domande e dubbi: per salvare un tossicodipendente quanto lontano si può andare? È vero che le catene dell’eroina sono invisibili, a differenza di quelle che catturarono alcuni giovani della comunità nel 1980 e rivelarono al mondo il primo grande scandalo legato a San Patrignano, uno scandalo che Muccioli affronta un mese di prigione e costa quattro anni dopo. primo processo, dal quale è stato condannato a un anno e 8 mesi, ma vincitore assoluto nell’opinione pubblica di tutta Italia. “Vergogna vergogna!” hanno gridato in aula centinaia di persone, genitori disperati di tossicodipendenti che hanno testimoniato la loro fiducia in Muccioli, gli unici che hanno potuto ottenere risultati inequivocabili nel recupero dei loro figli che hanno rubato, distrutto tutto, picchiato, scappato a prostituirsi in casa, commettere crimini e uccidersi. Il grido disperato di un giovanissimo tossicodipendente che piange ancora: ‘Ho solo Muccioli. Credo solo in lui. Lascialo andare “.

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Muccioli è uscito di prigione e ha continuato a proteggere il suo metodo, che non aveva mai ceduto al metadone, contro i farmaci psicotropi che stordivano i tossicodipendenti e li lasciavano inermi nei letti dell’asilo criminale o nelle carceri. C’era lavoro per loro lì dentro, c’era un senso di solidarietà e comunità, soprattutto, c’era empowerment perché ognuno di loro diventava il “tutor” di altre 24 ore al giorno, perché “la scimmia” non ti lasciava mai, almeno all’inizio. Ed è stato proprio per resistere alle crisi di astinenza che hanno ripetuto alcuni giorni (“due o tre”, “al massimo una settimana”) tanti ex ospiti Sanpa per rinchiudere alcuni ragazzi in celle vere. “Me lo chiedono loro”, ha ripetuto Muccioli, “perché sanno che corrono diversamente per rifarsi e spesso muoiono”. C’è da difenderlo Red Ronnie con una serie di reportage esclusivi davvero notevoli.

C’è Paolo Villaggio, il cui figlio oltre a quello di Enrico Maria Salerno fu salvato da Muccioli. Ma ci sono soprattutto Gian Marco Moratti e sua moglie Letizia, migliori amici di Muccioli, i più grandi finanzieri di San Patrignano. Qui Enzo Biagi, ecco Indro Montanelli, Maurizio Costanzo, Guglielmo Zucconi, ecco Giovanni Minoli: tutta la stampa parla di Muccioli e lui diventa, suo malgrado, una star. Poi ci sarà il secondo processo per la morte di Roberto Maranzano, il cui corpo è stato ritrovato nei pressi di Napoli nel maggio 1989, ma morto a seguito di un pestaggio all’interno della comunità di San Patrignano. Muccioli fu condannato a 8 mesi di carcere per aiuto e sostegno: era il 1994. E dopo un anno morì. Per lasciare una comunità che dà ancora vita e speranza a centinaia di bambini. Tuttavia, le domande rimangono: fino a che punto può arrivare la terapia di recupero? E chi vede se certi limiti non vengono superati?

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