Perché c’è Paolo Rossi?

Se Pablito resterà per sempre, non è per il gusto familiare dell’amore esotico, ma perché tutto ciò che Paolo Rossi ha dato al mondo è avvenuto in Spagna, nei pochi giorni del Mundial 1982, anzi in quel serie di sole quattro partite in cui ha segnato sistematicamente, o meglio ancora nei novanta minuti dei suoi tre gol contro il Brasile. Anzi, per essere severi e rispettare il carattere fulmineo di Paolo Rossi, negli appena settanta minuti in cui si concentrano i gol: un colpo di testa apparentemente facile in avvio, un bel tiro generato dalle solite sciocchezze difensive brasiliane nel al centro, in definitiva il gol più decisivo e sottovalutato nella storia del calcio quando tutto sembrava perduto.

Il contesto è almeno familiare a coloro che hanno memorizzato l’epica storia del successo. Una nazionale modesta, ancora sotto l’imbarazzo delle partite di calcio, difesa difensivamente, costruita su scelte impopolari. Tecnico Bearzot – azienda accusata di popolare Processi televisione – ha indicato il disprezzo del pubblico e ha attaccato in strada per le sue scelte nel mandato di comparizione. I risultati insoddisfacenti e in alcuni casi sospetti nei primi turni del torneo hanno apparentemente confermato le sorti della squadra. Metà dell’Italia ha iniziato a tifare, preferendo soprattutto il calcio sudamericano, secondo un pregiudizio antico, più artistico e spettacolare, o prevedendo che la perfetta organizzazione tedesca fosse superiore. In risposta, il team italiano si è ritirato da sé e ha alimentato le ipotesi più perverse sulla natura dell’isolamento, annunciando un blackout della stampa e opponendosi definitivamente alla timida tribù dell’informazione, e contribuendo più o meno consapevolmente alla costruzione di ‘ un muro di stranezza e antipatia. (Per coloro che trovano criptico questo riassunto sintetico, spero che sia ancora disponibile il meraviglioso e dettagliato libro di Vittorio Sermonti esso con la più alta cultura e cinquecento pagine dense di documenti deliranti, insinuazioni, previsioni grottesche).

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Questo clima ha generato l’incredibile giornata (in realtà un pomeriggio – anzi: settanta minuti) del 5 luglio 1982. Quasi una formalità per la squadra brasiliana piena di campioni, che aveva bisogno di un pareggio per aprire la strada alla prevedibile finale con la Germania, o meglio la sfida che tutti avevano sperato, l’attesa resa dei conti, in parte competitiva e in parte metafisica, tra arte e organizzazione. Ma i brasiliani non sanno come pareggiare e nella macchina della storia del calcio che è andata trionfante al suo prevedibile finale, il centravanti minuto e banale, finora poco convincente e beffardo, è scivolato come un granello di polvere. La macchina deragliò, l’Italia vinse quella partita e il Mundial, Paolo Rossi, divenne Pablito.

Paolo Rossi v Brasile il 5 luglio 1982 (DPA / LAPRESSE)

E Pablito è rimasto per sempre, proprio perché tutto quello che è successo a lui (ea noi) dopo è trascurabile (è rimasto lo stesso anche nel fisico e nel temperamento, senza quella caduta drammatica che altri campioni hanno trasformato melodrammaticamente e spettacolarmente). spietata ipocrisia mondiale). Ma i tre obiettivi, i tempi e le modalità con cui si sono svolti, ci sono nel pantheon delle poche cose che accadono nella vita e che non potranno mai essere dimenticate. È il loro carattere esemplare che colpisce ognuna delle innumerevoli volte che ti capita di rivedere. Il terzo gol soprattutto, quello che arriva quando sembra che il sogno sia già scomparso, manca un quarto d’ora, le due squadre pareggiano allo stesso modo, sembra che il Brasile controlli la partita e le sorti del calcio. Un traguardo senza qualità, ma di infinita bellezza e importanza. C’è stato un calcio d’angolo, una palla che è stata respinta dolcemente dalla difesa brasiliana, un tiraccio da fuori in un’area indefinita dell’area di rigore. Ma lì, stranamente a parte le masse blu e verde-oro lasciate a lottare per una palla che non si farà mai vedere, c’è un attaccante dimenticato e solitario. Correggi rapidamente il colpo e trasformalo nel bersaglio più fatale.

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C’è un dettaglio che illustra bene l’imprevedibile intensità di quanto accaduto. Vicino alla linea di porta (e al suo portiere) un calciatore brasiliano chiama un esterno incredibile (per i profani: se sei sulla linea di porta con il tuo portiere al tuo fianco, il fuorigioco è impossibile, e lo sai). Ma cosa sta cercando di fare quel difensore brasiliano con il suo gesto patetico? Non si limita ad aggrapparsi all’indimostrabile per cancellare l’obiettivo e fermare la storia (o meglio, permettergli di riprendere il percorso pianificato). Quell’anonimo calciatore esprime la sorpresa di tutti noi: perché c’è Paolo Rossi, come diavolo è finito lì, come è riuscito a ottenere un posto nel posto che probabilmente era il più frequentato del mondo in quel momento (l’area di rigore di quindici minuti). finali di una partita decisiva del mondiale di calcio)? In che modo, con quali strategie è arrivato in quel momento per concedersi finalmente quel gesto veloce, inaspettato, quasi inosservato, ma irreparabile e ultimo?

Paolo Rossi è quel gesto per sempre. È l’astuzia, la velocità che penetra e fa deragliare la macchina della storia (o almeno riesce ad evitarla per sopravvivere: Pablito per sempre). È la saggezza istintiva che poggia le sue scarse forze sulle debolezze degli altri, che apre la strada al diversivo del talento e del destino, e scopre una possibilità dove sembra non esserci più. È il calciatore più mediterraneo (nonostante indossi maglie che sembrano rifiutare il mare negli anni successivi al Mundial). È questa unicità che – in nome e per conto di tutti coloro che lo abbracceranno sul prato di Sarrià a Barcellona il 5 luglio 1982 – cambia il destino, anche se irrimediabilmente caratterizzato dal predominio delle grandi macchine da corsa e narrative. Come nella storia del calcio con la sua indifferenza per uno schema che non era il suo gesto e il suo gioco, Paolo Rossi è scivolato tra lo splendore del collettivo olandese e l’ossessione per il dispositivo di Sacchiano, per l’immaginario di un’epoca quello che fa di più a voce alta mostra come da qualche parte, da qualche parte, dove tutto sembra occupato e determinato, un altro spazio sia sempre possibile.

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