Genova, ecco perché il coronavirus si è diffuso tanto nella squadra

Come è possibile che 14 dei giocatori e dello staff del Genoa che lunedì hanno subito un doppio swipe negativo siano stati positivi??
I test non rilevano immediatamente il virus. Nei primi tre giorni dopo l’esposizione a Sars-Cov-2 c’è un’alta probabilità che il dip test sia negativo. sebbene sia possibile che il virus sia già presente nell’organismo, ma poiché inizia a ripresentarsi a dosi differenti, anche in base alla risposta anticorpale dell’individuo, il tampone può risultare “falso negativo”. Dopo 72 ore dall’esposizione sospetta, è più facile per il test fornire risultati corretti.

quindi possibile che i giocatori del Genoa erano già contagiati e quindi forse contagiosi quando domenica hanno giocato contro il Napoli al San Paolo?
Sì, la malattia ha un periodo di incubazione di 2-5 giorni e come indicato, il tampone non lo rivela immediatamente. quindi è probabile che almeno qualche atleta rossobl abbia già giocato con il virus nel proprio corpo. Per quanto riguarda i contagi in campo bisognerà aspettare qualche giorno, e anche se i risultati dei test effettuati martedì saranno negativi, i napoletani non potranno comunque sentirsi al sicuro. Il grosso problema è che anche il periodo presintomatico (che dura da 2 a 10 giorni con una media di 5) è cruciale: non solo perché le persone asintomatiche possono trasmettere la malattia, ma anche perché le persone nei giorni immediatamente precedenti i sintomi sono molto contagioso.

Come ha fatto il virus a ottenere la squadra?
Il primo a risultare positivo è stato il portiere Mattia Perin, venerdì febbrile e sabato a mezzogiorno risultato positivo. Durante la settimana si esercitava regolarmente, in modo asintomatico, ma contagioso. È probabile che Perin sia stato contagiato lontano dal campo di gioco lunedì, giorno di riposo. Non va dimenticato che la Liguria è una delle regioni italiane più preoccupate per la diffusione del contagio con un Rt di 1,31 tra i più alti in Italia e con un’incidenza negli ultimi 7 giorni di 34 , 48 casi ogni 100mila abitanti. , secondo alla Provincia Autonoma di Trento. L’andamento della curva epidemica generale riflette anche quanto sta accadendo nei singoli ambienti: scuole, università, imprese, centri sportivi.

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Ma perché un gruppo così importante nasce dai giocatori super controllati?
Proprio perché così controllato, è stato possibile identificare le positività in modo tempestivo. Gli atleti dilettanti corrono effettivamente gli stessi rischi, anche se hanno meno probabilità di contrarsi perché praticano sport meno spesso.

È vero che gli sport di squadra e di contatto sono i più pericolosi?
Poiché c’è un confronto fisico sul campo, è facile per gli atleti parlare ad alta voce, parlare da vicino, respirare insieme. Promozione negli spogliatoi, palestre con attrezzi in comune, socialità fanno il resto. Inoltre, il virus può raggiungere il team attraverso una vita sociale al di fuori della comunità controllata, ed è ancora difficile creare una permeabilità. Per evitare il contagio, i giocatori di calcio devono condurre una vita monastica, vivere in una “bolla chiusa” come fanno i giocatori di basket NBA, rinchiusi in Disney Word dove giocano e si allenano senza altri contatti esterni.

Gli atleti sono maggiormente a rischio di infezione?
È noto che dopo uno sforzo fisico intenso, senza un adeguato recupero, si verifica spesso una situazione di carenza di anticorpi, rendendo l’atleta più suscettibile alle infezioni, compreso il nuovo coronavirus. Sappiamo che quando si esegue un’attività fisica intensa e prolungata con flussi e volumi respiratori molto elevati, proprio nei giorni di incubazione immediatamente precedenti l’insorgenza dei sintomi, viene facilitata la penetrazione diretta del virus nelle vie aeree inferiori e negli alveoli, impatto del membrane mucose delle vie aeree, ricoperte da anticorpi “neutralizzanti”. Per questo motivo gli atleti possono anche ammalarsi gravemente se vengono colpiti dal virus in queste fasi.

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Fabrizio Pregliasco, virologo e direttore sanitario dell’Ospedale Galeazzi di Milano e Gianfranco Beltrami, vicepresidente della Federazione medica sportiva italiana, hanno collaborato

29 settembre 2020 (modifica il 29 settembre 2020 | 19:51)

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