Per la Cassazione "licenziare in nome del profitto si può"

31 Dicembre, 2016, 06:20 | Autore: Minervina Schirripa

Il licenziamento per profitto aggiunge dunque una nuova causa di licenziamento per giustificato motivo oggettivo. Oggi, dopo la sentenza della Cassazione del 7 dicembre 2016 scorso tra le ragioni per licenziare c'è anche la redditività dell'azienda e quindi in definitiva il profitto. Un tribunale, insomma, non può intervenire sull'autonomia dell'imprenditore di licenziare anche se non sta affrontando una "crisi economica finanziaria" che lo costringa a ridurre i costi.

Nella sentenza, i Supremi Giudici invocano l'art.

"3 della I. n. 604 del 1966 - si legge - l'andamento economico negativo dell'azienda non costituisce un presupposto fattuale che il datore di lavoro debba necessariamente provare ed il giudice accertare, essendo sufficiente che le ragioni inerenti all'attività produttiva ed all'organizzazione del lavoro, tra le quali non è possibile escludere quelle dirette ad una migliore efficienza gestionale ovvero ad un incremento della redditività dell'impresa, determinino un effettivo mutamento dell'assetto organizzativo attraverso la soppressione di una individuata posizione lavorativa". Con la sentenza in esame, peraltro molto approfondita anche con richiami importanti al diritto comunitario, viene a cadere un tabù che aveva resistito anni nel nostro ordinamento, ossia che la ricerca del profitto o della migliore redditività dell'impresa non potesse travalicare ovvero travolgere il posto di lavoro dei dipendenti, da tutelarsi sempre e a ogni costo di fronte alla ricerca "spasmodica" del profitto da parte delle aziende.

La Cassazione ha quindi accolto il ricorso di un resort di lusso della Toscana contro la decisione della Corte di Appello di Firenze, che aveva giudicato illegittimo il licenziamento di un manager per giustificato motivo oggettivo.

Per la prima volta i giudici di legittimità, a cui i giudici di merito d'ora in avanti dovranno "adeguarsi" in forza del principio di nomofilachia della Corte di cassazione, affermano con chiarezza un principio dirompente per l'ordinamento italiano, da sempre volto al favor lavoratoris: e cioè che l'imprenditore ha la facoltà e libertà di organizzare al meglio la propria organizzazione produttiva in forza dell'art.

La sentenza della Cassazione che introduce la possibilità di licenziare un lavoratore anche per motivi di efficienza e riorganizzazione, e non solo quindi se l'impresa versa in difficoltà economica, rende ancora più urgente dotarsi di un sistema efficace di politiche attive e di un sistema di sostegno al reddito universale di lunga durata, al di là delle attuali forme di indennità di disoccupazione come la Naspi.

Da notizie di stampa si apprende che dovrebbe essere in atto, nel seno della Corte Costituzionale, uno scontro al riguardo dell'ammissibilità del referendum abrogativo proprio al riguardo della legge sul Job Act, quella dei voucher e dei licenziamenti indiscriminati.